Le alterazioni dell’ecosistema

In questi ultimi decenni il delicato equilibrio degli ecosistemi ha subito profonde alterazioni dovute in primo luogo al drastico aumento delle attività dell'uomo, su scala globale, regionale e locale. Il grande sviluppo che si è manifestato dal dopoguerra ad oggi ha portato infatti, oltre a indubbi benefici, anche molte conseguenze sull'ambiente, tra cui il depauperamento della fascia d’ozono e l'immissione di numerose sostanze inquinanti.

Il concetto d’ecosistema richiama importanti elementi concettuali: l’energia, la comunità biotica, le catene trofiche, gli scambi di materia e d’energia, l’estensione e l’equilibrio dell’ecosistema. Questi elementi contribuiscono a elaborare un modello che ci permette di capire la struttura complessa di un ecosistema. Sulla base di questo modello è possibile analizzare quelle che sono le principali alterazioni che lo caratterizzano.

Durante la lezione tenteremo di rispondere alle seguenti questioni: cos’è un ecosistema? Quali sono i suoi principali elementi? In che modo le attività dell’uomo hanno influenzato e influenzano gli ecosistemi?

L’ecosistema: definizione

Il concetto di ecosistema presenta numerose definizioni. Alcune vertono esclusivamente sulle componenti biotiche, assimilando l’ecosistema ad una serie di reti trofiche. Altre definizioni si concentrano sulle reti trofiche, ma tengono anche in secondo piano le condizioni abiotiche quali le condizioni fisiche dell’ambiente. Per rappresentare meglio la complessità di un ecosistema vale la pena adottare una definizione che consideri congiuntamente le differenti componenti, biotiche e abiotiche. In questo contesto possiamo rappresentare l’ecosistema come un sistema esteso su una certa porzione di territorio, costituito da un insieme di comunità viventi che interagiscono tra loro e con l’ambiente fisico.

E. P. Odum (Fundamentals of ecology, 1971) ha definito l’ecosistema come una “unità che include tutti gli organismi di una data area interagenti con l’ambiente fisico in un modo tale che il flusso di energia porta a una ben definita struttura trofica, a una diversità biotica e a una ciclizzazione della materia all’interno del sistema”.

L’ecosistema: struttura

L’energia solare sta alla base della componente biotica. Questa, nel suo insieme, si comporta come un organismo dove tutte le forme di vita sono legate tra loro. Se venisse a mancare anche un solo elemento, la fisionomia della comunità muterebbe di conseguenza, adottando una nuova organizzazione (biocenosi).

La comunità biotica forma dunque un insieme di reti trofiche collegate tra loro. Possiamo decomporre questa rete in tre categorie di elementi:

  • I produttori, come i vegetali che elaborano sostanze organiche a partire da sostanze minerali.
  • I consumatori, che si nutrono direttamente o indirettamente dalle sostanze organiche fornite dai produttori.
  • I compositori, che degradano gli organismi morti e le sostanze organiche riconducendoli allo stato minerale.

 

Schema: In un ecosistema abbiamo differenti flussi di materia ed energia. I vegetali ricevono l'energia solare. Una parte di questa non è utilizzata, l'altra invece permette la sintesi della materia organica. Solo una parte di questa massa è integrata dagli erbivori. L'altra parte viene decomposta dai decompositori. Una parte della materia integrata dagli erbivori (il resto viene perso sotto forma di escrementi o attraverso la respirazione) potrà in seguito essere utilizzata dai carnivori. Come vediamo dei trasferimenti di energia avvengono ad ogni stadio. Ed a ogni stadio corrispondono pure delle perdite energetiche importanti.

Si ha dunque una relazione circolare che rende manifesta l’organizzazione della rete trofica. La biocenosi può essere analizzata tendendo in considerazione gli elementi vegetali ed animali che compongono la rete trofica, le loro relazioni e la capacità ad utilizzare le componenti fisiche dell’ecosistema. Essa risponde a due principi:

  1. A componenti abiotiche varie e ricche corrispondono comunità biotiche numerose.
  2. Se le condizioni di vita diventano più difficili, il numero delle specie diminuisce, ma ciascuna specie comprende popolazioni più importanti.

L’ecosistema: proprietà

L’ecosistema presenta le seguenti proprietà (Vallega, 1995, p. 66):
È un vero e proprio sistema, poiché gli elementi che lo compongono intrattengono relazioni più strette di quelle che li collegano all’ambiente esterno (capacità interconettiva).
È composto da elementi organici (reti trofiche) e da elementi inorganici:

  • Idrosfera: Il sistema acqua-clima.
  • Litosfera: Interfaccia terra-atmosfera.
  • Atmosfera: Il sistema energia-atmosfera.

Possiede una propria organizzazione (biocenosi).
È una realtà dinamica in continua evoluzione.
È in grado di continuare ad esercitare le proprie funzioni anche in presenza di impulsi esterni (resilienza).

Ogni ecosistema presenta uno o più habitat da cui dipende la sopravvivenza di una specie. La comunità biotica è costituita da un numero di specie, animali e vegetali, molto variabile. Possiamo distinguere due gruppi principali: Il primo è caratterizzato da poche specie, ciascuna delle quali conta un numero elevato di individui, al punto di divenire delle specie dominanti. Il secondo è caratterizzato da un numero elevato di specie, ciascuna delle quali conta un numero ridotto di individui. Si tratta delle specie rare.

I fattori che influiscono la dinamica dell’ecosistema sono numerosi, quali ad esempio la presenza o l’assenza di risorse idriche, di cibo, il vento, la posizione, la temperatura, l’esposizione, la pedologia, o l’uomo.

La scala geografica

Gli ecosistemi possono essere definiti a varie scale geografiche. Ad esempio, una foresta pluviale è un ecosistema globale che si estende a cavallo dell’equatore. Al suo interno si suddivide in ecosistemi dove aspetti biotici e abiotici assumono caratteristiche diverse. In questo caso si parla di ecosistema riferendoci sia all’intera estensione della foresta pluviale, sia delle arti in cui essa si scompone.



Creare classificazioni e tipologie di grandi ecosistemi non presenta grandi difficoltà. Al contrario, l’operazione pone maggiori difficoltà a livello locale.

Classificazione di grandi ecosistemi in base all’identificazione di biomi (Vallega, 1995):

  • Foresta pluviale (Asia sudorientale, Africa, Australia nord-orientale)
  • Foresta pluviale con stagione secca, foresta monsonica (Asia sud-orientale)
  • Grande foresta temperata in regioni con piogge intense (Australia orientale)
  • Foresta montana pluviale
  • Foresta temperata decidua (Stati Uniti orientali, Europa occidentale)
  • Foresta temperata sempreverde
  • Taiga (Nord America, Eurasia)
  • Foreste nane
  • Foreste ad acacie
  • Formazioni arbustive in clima arido
  • Foresta temperata
  • Coperture arbustive
  • Savana (Africa, Sud America)
  • Prateria e steppa (Eurasia, Nuova Zelanda)
  • Foresta alpina
  • Tundra artica (Asia, Nord America)
  • Deserto tropicale (Nord Africa, Asia Minore, Sud America occidentale)
  • Deserto temperato caldo (Asia meridionale e centrale, Australia, Argentina)
  • Deserto con boscaglia (Stati Uniti occidentali, Asia interna)
  • Deserto di montagna
  • Paludi
  • Foresta in zone umide continentali (bacino delle Amazzoni)
  • Foresta in zone di contatto tra acque dolci e acque salate (Stati Uniti sud-orientali)
  • Foresta a mangrovie (coste ed estuari intertropicali)
  • Area umida costiera
  • Ambiente marino pelagico
  • Ambiente marino bentonico
  • Costa rocciosa
  • Costa sabbiosa
  • Estuario
  • Lago
  • Fiume

Come delimitare un ecosistema?

La geografia è una disciplina che si preoccupa spesso di delimitare un fenomeno sul territorio. Se consideriamo l’ecosistema il problema è particolarmente complesso. Se adottiamo un definizione di ecosistema semplice, come ad esempio una serie di catene alimentari i confini sono relativamente semplici da definire. Le difficoltà aumentano se nella definizione di ecosistema inseriamo anche le altre componenti e le relazioni che le caratterizzano.

Esercizio: Proposte su come delimitare l’ecosistema Bolle di Magadino: esempio: 1 - definire i principali elementi dell’ecosistema. 2 - quali relazioni possiamo evidenziare tra gli elementi? 3 - come delimitare l’ecosistema?

Le alterazioni dell’ecosistema: un sistema evolutivo

Confrontati agli impulsi esterni, gli ecosistemi reagiscono in termini diversi. La maggior parte risponde a queste sollecitazioni modificando parte della loro organizzazione, dando prova delle loro capacità autopoietiche (attitudine a reagire agli stimoli cui sono soggetti).

Gli impulsi provenienti dall’esterno possono tuttavia essere talmente intensi da mettere in discussione l’intera organizzazione dell’ecosistema. Si trasformano le componenti biotiche e parti delle reti trofiche vengono distrutte. Il risultato è che un nuovo ecosistema prende il posto di quello modificato. Le capacità autopoietiche non bastano e interviene dunque la morfogenesi, il cambiamento strutturale.

Il climax è la situazione finale di equilibrio raggiunta dopo un lungo processo di successione ecologica dall’ecosistema.

Possiamo definire due categorie principali di impulsi esterni: la prima concerne le alterazioni causate dalle attività umane, la seconda da alterazioni interne od esterne alle componenti del sistema.

Le alterazioni dell’ecosistema: alterazioni interne ed esterne al sistema

Numerosi fattori naturali esterni intervengono alterando lo stato dell’ecosistema: fattori climatici quali un apporto energetico modificato, la presenza o l’assenza di acqua, temperatura, luce, vento, pedologia del suolo,… modificano in modo importante la struttura dell’ecosistema.

Si tratta in generale di cambiamenti lenti e costanti, soprattutto per quello che riguarda la topografia e la pedologia. Ma possono sopraggiungere fenomeni naturali che determinano cambiamenti istantanei e brutali: inondazioni, frane, eruzioni vulcaniche, siccità, uragani.

Esempi:

  • I boschi devastati dalle tempeste Viviane e Lothar.
  • Le esondazioni del Lago Maggiore.
  • Il maremoto che ha devastato il Sud-est asiatico.

Le alterazioni dell’ecosistema: l'attività umana

L’attività umana rappresenta una fonte importante di alterazioni di ecosistemi a diverse scale: da quella globale a quella locale. La presenza dell’uomo ha anche determinato la nascita di nuovi ecosistemi, ad esempio agrari e urbani.

Le alterazioni su scala globale

Complessivamente la società umana gioca un ruolo chiave non solo nella dinamica degli ecosistemi su scala locale, ma anche nei cicli biogeochimici su scala planetaria. A livello globale possiamo definire tre modalità principali di alterazione (Primack R.B., Carotenuto L., 2003):

Superficie terrestre: L’uso del suolo e la domanda di risorse hanno trasformato una fetta importante della superficie delle terre emerse. Gli interventi possono essere di diversa natura: distruzione, frammentazione, inquinamento, sovrasfruttamento, manipolazione.
Ciclo dell’azoto: Ogni anno attività come la coltivazione di vegetali azotofissatori, l’uso di fertilizzanti azotati, di combustibili fossili rilasciano nei sistemi terrestri una quantità di composti azotati maggiore di quella rilasciata dai processi naturali.
Ciclo del carbonio atmosferico: Entro la metà del XXI. secolo l’uso dei combustibili fossili arriverà a far raddoppiare la quantità di anidride carbonica presente nell’atmosfera.

Questi interventi hanno determinato un’alterazione importante degli habitat di numerose specie, comportandone anche l’estinzione.

La crescita demografica

Alla base delle diverse forme di minaccia e di alterazione vi è l’aumento della popolazione umana e il conseguente aumento del consumo di risorse naturali. Fino ad alcuni secoli fa, la crescita della popolazione era lenta e contraddistinta da un ciclo maltusiano. Con l’affermarsi della Rivoluzione industriale la popolazione umana accelera la propria crescita. Da un miliardo di persone nel 1850 si passa a due miliardi nel 1930 e ai 6 miliardi nel 1998. Le principali ragioni di questo aumento sono la netta diminuzione della mortalità ed un tasso di natalità restato pressoché costante.

L’aumento demografico si ripercuote in modo importante sul consumo di risorse naturali e sulle alterazioni degli ecosistemi che ne conseguono. Inoltre l’affermarsi di modelli consumistici nei paesi ricchi ha esasperato la loro richiesta di risorse. Le grandi attività industriali e commerciali sono così responsabili di impatti che si ripercuotono sugli ecosistemi, locali e globali. Cave e miniere, pesca industriale, disboscamento, agricoltura intensiva, bonifiche di zone umide, costruzione di dighe e sbarramenti, sono tutti esempi di attività umane legate allo sviluppo appena descritto.

La degradazione

Anche quando un ecosistema non è colpito direttamente da un’evidente distruzione o frammentazione, le attività umane possono giocare un ruolo importante sulla sua struttura specifica e nella struttura. Le cenosi sono spesso danneggiate da fattori esterni, i quali nelle prime fasi del processo di alterazione non colpiscono le specie dominanti e perciò il danno non è subito evidente. Con il passare del tempo la composizione e la struttura dell’ecosistema tende a adeguarsi alle nuove condizioni determinate dalla degradazione dell’ecosistema.

La forma più frequente di degradazione è l’inquinamento, causato principalmente da pesticidi, fertilizzanti sintetici, prodotti chimici, acque di scolo, liquami industriali, insediamenti urbani, agricoltura intensiva, gas tossici. La loro presenza non è sempre percepibile, anche se buona parte di essi fanno parte integrante del mondo in cui viviamo. Gli effetti dell’inquinamento si ripercuotono sul clima, sulla qualità delle acque, dell’aria e del suolo, costituendo una grande minaccia per la biodiversità e anche un pericolo per la salute dell’uomo.

Le alterazioni su scala locale

A livello locale le alterazioni si manifestano su ecosistemi ben definiti: un bosco, una palude, un prato. Le azioni che possono compromettere la stabilità di un ecosistema sono di varia natura: i disboscamenti, la bonifica di terreni, l’agricoltura, le infrastrutture turistiche, o lo sviluppo di insediamenti.

In quest’ultimo caso il numero e l’importanza degli interventi antropici ha determinato la nascita di un ecosistema particolare: l’ecosistema urbano. Il biotopo è composto da elementi fisici naturali e artificiali come costruzioni, reti,…
La biocenosi urbana è l’associazione di tutti gli organismi che vivono in relazione nel biotopo urbano: popolazione vegetale (fitocenosi), animale (zoocenosi) e umana (antropocenosi).



La principale particolarità di questo sistema è la forte richiesta di risorse ed energia provenienti dall’esterno. Questo genera un certo numero di problemi:

  • Forte impronta ecologica del sistema urbano, ovvero una troppo forte incidenza di questo insieme spaziale sugli altri ecosistemi locali, regionali e continentali. La vita dell'uomo di città richiede troppa energia e materia.
  • Scarsa autonomia: l’antropocenosi non riesce a conservarsi senza nuovi e continui apporti esterni al sistema urbano.
  • Metabolismo imperfetto: il sistema produce una grande quantità di rifiuti, scarti ed emissioni.


Lo sviluppo delle aree insediative nel distretto di Lugano. Basato su FELICIONI A., 2002


Per concludere possiamo evidenziare come le alterazioni globali e locali siano interconnesse tra loro, determinando dei cambiamenti immediati (e non) nei differenti ecosistemi.

Esempi di alterazioni

L'agrosistema

Il binomio uomo-ambiente è sempre stato caratterizzato da un rapporto conflittuale, accentuatosi soprattutto in questi ultimi secoli. Lo sviluppo e il progresso della società umana pongono, con ritmo sempre più incalzante, nuove problematiche ambientali la cui risoluzione non è quasi mai facile. L'uomo è parte fondamentale della natura, ma le strategie che egli pone in atto per risolvere i problemi tecnici non devono però mettere a rischio la vita sulla Terra.

L'agrosistema è un particolare ecosistema. In esso l'attività agricola dell'uomo si sostituisce all'azione degli agenti naturali. Ogni intervento tecnico è finalizzato al conseguimento del massimo profitto, più che al mantenimento dell'equilibrio tra i molteplici fattori che caratterizzano un ecosistema. L'agricoltore moderno utilizza le specie vegetali più produttive, effettua gli interventi agronomici (lavorazioni del terreno, concimazioni, interventi fìtosanitari) solo per incrementare la produttività del terreno, spesso a danno delle caratteristiche chimico-fisiche del suolo coltivabile.

I principali fattori che caratterizzano l'agrosistema sono descritti qui di seguito.

1. Basso numero di specie presenti: rispetto all'ecosistema naturale, nel quale convivono numerose specie di vegetali, l'agrosistema è meno complesso. Il numero delle specie coltivate è minore rispetto a quello che si riscontra nell'ecosistema. Spesso l'agricoltore finalizza tutti i suoi interventi solo alla produzione, decidendo di coltivare esclusivamente le specie maggiormente produttive a elevato reddito. In Italia, per esempio, nelle zone di pianura la monocoltura di mais ha sostituito negli anni Settanta prati ed erbai. Questo tipo di semplificazione non è una pratica ecologica positiva, perché impedisce l'autoregolazione dei fattori naturali: la pianta coltivata non attiva un rapporto simbiotico con le altre forme di vita. La monocoltura è possibile fintantoché non intervengono agenti esterni (per esempio parassiti animali e vegetali difficilmente controllabili) a rompere il precario equilibrio del sistema pianta-suolo; così un forte attacco di insetti parassiti, come la piralide del mais, può causare forti perdite di produzione.

2. Raccolta delle produzioni (biomassa): la raccolta dei prodotti è di fondamentale importanza ai fini economici ma diventa fattore destabilizzante per l'equilibrio naturale. L'asportazione repentina della biomassa determina nel terreno la rottura del ciclo della sostanza organica. Per questo motivo il terreno, in breve, s'impoverisce e, in molti casi, diventa sterile. Il sistema vegetale-terreno è un sistema aperto: la sua capacità di continuare a produrre dipende quasi totalmente dall'apporto esterno degli elementi nutrizionali.

3. Elevata richiesta d'energia: mentre nell'ecosistema l'unica fonte energetica è il sole, nell'agrosistema si registrano notevoli apporti energetici esterni al sistema stesso. In molti casi, il bilancio tra l'energia ottenibile dalle colture e quella impiegata dall'industria che opera nel settore agrario (produzioni di trattori, concimi, diserbanti e altro) risulta essere passivo. È questo un punto debole dell'agricoltura intensiva per la quale occorre utilizzare sempre più energia per mantenere costanti le produzioni. Nel lungo periodo questo squilibrio determina ripercussioni economiche negative e sviluppi ambientali problematici.

Agricoltura e ambiente

Il 70% della popolazione mondiale è contadina: nei paesi poveri, in controtendenza a quanto succede in quelli industrializzati, il numero dei braccianti è in forte crescita. Nonostante l'elevato numero d'addetti, la produzione agricola mondiale non basta per soddisfare le esigenze nutrizionali della popolazione del Pianeta, che è in forte crescita. La fame nel mondo è un grosso problema. Al settore agrario si chiede d'incrementare le produzioni da destinare all'alimentazione umana. Numerose sono state le strategie messe in atto e molteplici i piani di rivoluzione verde proposti per risolvere il problema. Nessuna risoluzione però sembra avere avuto successo.

Le prime grandi opere di bonifica attuate nel XII secolo soprattutto da ordini monastici (i monaci Cistercensi insediatisi nel XIII secolo a Morimondo, in Lombardia, hanno bonificato la valle del Ticino e ideato le marcite, un particolare tipo di prato sulla cui superficie scorre in continuazione un sottile velo di acqua), gli interventi di sistemazione del terreno (il terrazzamento della zona delle Cinque Terre in Liguria), la creazione in montagna del pascolo d'alta quota e altri tipi di interventi hanno sicuramente contribuito a incrementare le produzioni agrarie, a saldare in modo definitivo il rapporto funzionale tra l'agricoltura e il territorio, ma anche a modificare profondamente le caratteristiche dell'ambiente naturale preesistente.

Inizialmente questi interventi erano in misura limitata, tanto da determinare un'interazione stabile e abbastanza equilibrata con l'ambiente circostante. Poi i nuovi sistemi di coltivazione si sono via via ampliati: l'attività agricola ha creato nuovi ambienti altamente produttivi ma in equilibrio ecologico precario, che si è sempre più deteriorato, soprattutto negli ultimi decenni, tanto che se in passato l'agricoltura era considerata l'unica "maestra d'ecologia", oggi è ritenuta una delle principali cause del degrado ambientale. Le cause sono imputabili soprattutto all'uso indiscriminato di composti chimici di sintesi (concimi, diserbanti, antiparassitari), al disboscamento e alle lavorazioni meccaniche eseguite in modo scorretto. I danni da inquinamento agrario sono stati riscontrati addirittura nelle zone dove l'agricoltura non è praticata (l'inquinamento dei ghiacci delle calotte polari, delle acque dolci, dei mari e degli oceani).

Fonte: Cavalli, P. 318-320

La foresta pluviale

La più grave minaccia alla biodiversità è la scomparsa degli habitat naturali. Il primo e forse più efficace modo per tutelarla è quindi salvaguardare gli habitat che ospitano specie e comunità/ecosistemi di particolare interesse. La scomparsa degli habitat naturali si può realizzare attraverso una vera e propria distruzione oppure attraverso il lento deterioramento e la degradazione associati all'inquinamento e alla frammentazione. Come si evince dalla Tabella 2.5, proprio la scomparsa degli habitat è il principale fattore di rischio per moltissime specie di diversi taxa, seguita dagli effetti delle specie esotiche e dal sovrasfruttamento diretto. In molte zone del mondo, soprattutto sulle isole e nelle aree densamente abitate, la maggior parte degli habitat propriamente naturali, cioè mai intaccati dall'uomo, è andata distrutta.

Per quanto riguarda le foreste tropicali, biomi ad altissima biodiversità, le aree di foresta vergine (foresta primigenia o primaria) grandi a sufficieanza per sostenere tutta la biodiversità locale si sono drammaticamente ridotte come risultato della frammentazione, della deforestazione, delle attività agricole e di altri interventi antropici; la situazione è particolarmente grave nelle zone tropicali dell'Africa e dell'Asia, mentre per l'America centro-meridionale è leggermente migliore. In molti paesi tropicali del Vecchio Mondo più del 50% delle foreste primarie risulta profondamente modificato o del tutto distrutto; in paesi come Kenya, Madagascar, India, Filippine, Bangladesh, più dell'80% è andato perduto. In altri paesi africani, anch'essi ricchi di biodiversità, la situazione non è così drammatica poiché oltre la metà degli habitat originari è tutt'ora presente, per esempio nella Repubblica Democratica del Congo e nello Zimbabwe. Nel Nuovo Mondo il 42% delle foreste del Brasile e il 59% di quelle del Venezuela è ancora costituito da foreste vergini.
La velocità e l'intensità della deforestazione attuale variano notevolmente da un paese all'altro. (...)

Nel mondo scientifico si sta vivacemente dibattendo sull'attendibilità delle stime sull'estensione originaria e attuale delle foreste tropicali e sulla velocità di deforestazione nei differenti paesi e su scala globale. Nonostante le difficoltà tecniche (disponibilità di dati, diversità delle fonti, elaborazioni e analisi statistiche) che impediscono di ottenere stime accurate e unanimi, vi è un generale consenso sul fatto che la velocità con cui sono abbattute le foreste tropicali e, tra queste, le foreste pluviali vere e proprie è decisamente allarmante. Secondo alcune proiezioni, se la deforestazione continuasse alla velocità attuale, nel 2040 le foreste pluviali rimarrebbero soltanto nelle aree protette e scomparirebbero dal resto del pianeta. L'aumento della popolilzione umana, concentrato soprattutto nelle regioni tropicali e subtropicali e la crescente richiesta di risorse da parte dei paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo rendono plausibili tali stime pessimistiche.
La massiccia deforestazione nelle regioni tropicali causa non soltanto la perdita di un enorme numero di specie, molte delle quali ancora ignote alla scienza, ma anche la distruzione di ecosistemi il cui funzionamento è importante per l'uomo in relazione al ciclo dell'acqua (scala regionale) e al ciclo del carbonio e dell'ossigeno (scala sovraregionale e probabilmente anche mondiale). Le foreste pluviali e le adiacenti foreste tropicali umide e subumide sono infatti i biomi terrestri con la massima produttività: eliminarle quasi completamente significa perdere un'importantissima fonte di ossigeno e un efficace sistema di assorbimento di anidride carbonica.
Un altro problema conseguente all'abbattimento delle foreste pluviali, i cui effetti sono rilevabili su scala locale e regionale, è il degrado del suolo.

Fonte: Primack, P. 112-126

Un problema di definizione: cos'è la natura?

Right now, humans use half of the world to live, to grow their crops and their timber, to pasture their animals. If you added up all the human beings, we would weigh 10 times as much as all the wild mammals put together. We cut roads through the forest. We have added little plastic particles to the sand on ocean beaches. We've changed the chemistry of the soil with our artificial fertilizers. And of course, we've changed the chemistry of the air. So when you take your next breath, you'll be breathing in 42 percent more carbon dioxide than if you were breathing in 1750. So all of these changes, and many others, have come to be kind of lumped together under this rubric of the "Anthropocene." And this is a term that some geologists are suggesting we should give to our current epoch, given how pervasive human influence has been over it. Now, it's still just a proposed epoch, but I think it's a helpful way to think about the magnitude of human influence on the planet.

So where does this put nature? What counts as nature in a world where everything is influenced by humans?

So 25 years ago, environmental writer Bill McKibben said that because nature was a thing apart from man and because climate change meant that every centimeter of the Earth was altered by man, then nature was over. In fact, he called his book "The End of Nature."

I disagree with this. I just disagree with this. I disagree with this definition of nature, because, fundamentally, we are animals. Right? Like, we evolved on this planet in the context of all the other animals with which we share a planet, and all the other plants, and all the other microbes. And so I think that nature is not that which is untouched by humanity, man or woman. I think that nature is anywhere where life thrives, anywhere where there are multiple species together, anywhere that's green and blue and thriving and filled with life and growing. And under that definition, things look a little bit different.

Now, I understand that there are certain parts of this nature that speak to us in a special way. Places like Yellowstone, or the Mongolian steppe, or the Great Barrier Reef or the Serengeti. Places that we think of as kind of Edenic representations of a nature before we screwed everything up. And in a way, they are less impacted by our day to day activities. Many of these places have no roads or few roads, so on, like such. But ultimately, even these Edens are deeply influenced by humans.

Now, let's just take North America, for example, since that's where we're meeting. So between about 15,000 years ago when people first came here, they started a process of interacting with the nature that led to the extinction of a big slew of large-bodied animals, from the mastodon to the giant ground sloth, saber-toothed cats, all of these cool animals that unfortunately are no longer with us. And when those animals went extinct, you know, the ecosystems didn't stand still. Massive ripple effects changed grasslands into forests, changed the composition of forest from one tree to another. So even in these Edens, even in these perfect-looking places that seem to remind us of a past before humans, we're essentially looking at a humanized landscape. Not just these prehistoric humans, but historical humans, indigenous people all the way up until the moment when the first colonizers showed up. And the case is the same for the other continents as well. Humans have just been involved in nature in a very influential way for a very long time.

Now, just recently, someone told me,"Oh, but there are still wild places."
And I said, "Where? Where? I want to go."
And he said, "The Amazon."

And I was like, "Oh, the Amazon. I was just there. It's awesome. National Geographic sent me to Manú National Park, which is in the Peruvian Amazon, but it's a big chunk of rainforest, uncleared, no roads, protected as a national park, one of the most, in fact, biodiverse parks in the world. And when I got in there with my canoe, what did I find, but people. People have been living there for hundreds and thousands of years. People live there, and they don't just float over the jungle. They have a meaningful relationship with the landscape. They hunt. They grow crops. They domesticate crops. They use the natural resources to build their houses, to thatch their houses. They even make pets out of animals that we consider to be wild animals. These people are there and they're interacting with the environment in a way that's really meaningful and that you can see in the environment.

Now, I was with an anthropologist on this trip, and he told me, as we were floating down the river, he said, "There are no demographic voids in the Amazon." This statement has really stuck with me, because what it means is that the whole Amazon is like this. There's people everywhere. And many other tropical forests are the same, and not just tropical forests. People have influenced ecosystems in the past, and they continue to influence them in the present, even in places where they're harder to notice.

 So, if all of the definitions of nature that we might want to use that involve it being untouched by humanity or not having people in it, if all of those actually give us a result where we don't have any nature, then maybe they're the wrong definitions. Maybe we should define it by the presence of multiple species, by the presence of a thriving life.


 Oggi gli uomini utilizzano la metà del pianeta per vivere, per l'agricoltura, per la produzione di legname e per far pascolare gli animali. Se mettessimo insieme tutti gli esseri umani peseremmo 10 volte di più di tutti i mammiferi esistenti. Abbiamo costruito delle strade che attraversano le foreste, introdotto particelle di plastica nella sabbia delle spiagge oceaniche, cambiato la chimica dei suoli con i nostri fertilizzanti artificiali. E, sicuramente, abbiamo cambiato la chimica dell'aria. Durante il vostro prossimo respiro inalerete il 42 per cento in più di anidride carbonica rispetto al 1750. Tutti questi cambiamenti, e molti altri, sono stati raggruppati sotto il termine "Antropocene", con il quale dovremmo chiamare l'epoca attuale secondo alcuni geologi, data la pervasività dell'influenza umana. È solo una proposta, ma credo che sia un modo utile di pensare a quanto l'uomo stia influenzando il pianeta.


Ma dove si trova la natura in questo contesto? Cosa può essere considerato "natura" in un mondo nel quale tutto è influenzato dall'uomo?

25 anni fa, lo scrittore ambientalista Bill McKibben disse che poiché la natura è un qualcosa di diverso rispetto all'uomo e poiché il cambiamento climatico implica che ogni centimetro della Terra è alterato dall'uomo, allora la natura non esiste più. Di fatto, intitolò i suo libro: "La Fine della Natura".

Non sono assolutamente d'accordo con questo punto di vista, né con questa definizione di natura, perché, fondamentalmente, siamo animali. Giusto? Ci siamo evoluti sulla Terra insieme agli altri animali, con i quali condividiamo il pianeta insieme alle piante e ai microbi. Quindi penso che la natura non sia tutto ciò che non è stato modificato dall'umanità. Credo che la natura sia in ogni luogo nel quale la vita prospera, nel quale convivono più specie, nel quale ci sono il verde e il blu e la vita fiorisce e cresce. Se consideriamo questa definizione tutto appare in modo diverso.

Capisco che ci sono certe parti di questa natura che ci parlano in modo speciale. Luoghi come Yellowstone, la steppa mongola, la Grande Barriera Corallina o il Serengeti. Luoghi ai quali pensiamo come se fossero una sorta di rappresentazione dell'Eden, di com'era la natura prima che rovinassimo tutto. E, in un certo senso, hanno subito un impatto antropico minore. In molti di questi luoghi non ci sono strade, o ce ne sono poche, per esempio. Ma in fondo anche questi paradisi sono profondamente influenzati dall'uomo.

Consideriamo il Nord America, per esempio, poiché è lì che ci troviamo. Da quando l'uomo è arrivato qui, 15 000 anni fa, ha iniziato un processo di interazione con la natura che ha portato all'estinzione di tanti animali di grosse dimensioni, dal mastodonte al bradipo gigante, le tigri dai denti a sciabola, tutti quegli animali stupendi che non sono più con noi. Quando questi animali si estinsero gli ecosistemi non rimasero immutati. Si innescarono degli effetti domino che trasformarono le praterie in foreste e cambiarono le specie arboree che le costituivano. Quindi perfino in questi paradisi, in questi luoghi apparentemente perfetti, che ci ricordano un passato lontano, anteriore alla comparsa dell'uomo, essenzialmente ci troviamo di fronte ad un paesaggio umanizzato. Non solo dagli uomini preistorici, ma anche da quelli storici, dagli indigeni e poi, più tardi, dai coloni. È successa la stessa cosa anche negli altri continenti. Gli esseri umani si sono semplicemente evoluti nella natura per molto tempo, influenzandola profondamente.

Di recente qualcuno mi ha detto,

"Oh, ma ci sono ancora luoghi incontaminati."

Ho risposto: "Dove? Dove? Voglio andarci!"

La sua risposta è stata: "L'Amazzonia."

E io ho risposto: "Ah! Ci sono appena stata. È fantastico. La National Geographic mi ha inviata al Parco Nazionale di Manú, nell'Amazzonia peruviana. È un grosso pezzo di foresta pluviale, non disboscato, senza strade, protetto come parco nazionale, di fatto uno dei parchi più ricchi di biodiversità al mondo. Quando sono arrivata con la mia canoa, contro le mie aspettative, ho trovato delle persone. Le persone vivono lì da centinaia di migliaia di anni, e non stanno sospese in aria, al di sopra della giungla. Hanno una relazione profonda con il paesaggio. Cacciano. Coltivano. Addomesticano le colture. Utilizzano le risorse naturali per costruire le loro case e i loro tetti. Hanno persino degli animali domestici che noi consideriamo selvatici. Queste persone vivono lì e interagiscono con l'ambiente in un modo molto profondo, che si riflette in maniera evidente nell'ambiente.

Ho realizzato questo viaggio insieme a un antropologo il quale mi ha detto, mentre percorrevamo il fiume: "Non ci sono vuoti demografici nell'Amazzonia." Questa frase mi ha colpita tantissimo, poiché significa che l'intera regione è abitata. Ci sono persone ovunque. Lo stesso accade in molte altre foreste tropicali, e non solo in quelle tropicali. Le persone hanno influenzato gli ecosistemi in passato e continuano a farlo ancora oggi, anche nei luoghi nei quali è più difficile percepirlo.

Quindi, se tutte le definizioni di natura che vogliamo utilizzare implicano l'assenza dell'influenza antropica o l'assenza dell'uomo, se tutte in realtà ci dicono che la natura non esiste, allora forse sono sbagliate. Forse dovremmo definire la natura dalla presenza di numerose specie, di una vita prospera.

Fonte: Emma Marris: Nature is everywhere -- we just need to learn to see it, TED Talk. https://www.ted.com/talks/emma_marris_nature_is_everywhere_we_just_need_to_learn_to_see_it/transcript?language=en.

 

Le risorse idriche

Proprio al di là del laghetto c'era un sentiero secondario, il Garvey Springs Trail, che discendeva ripidissimo fino a una vecchia strada asfaltata che correva in riva al fiume, appena al di sotto di una località chiamata Tocks Island, e che mi avrebbe riportato, facendo un ampio e tranquillo giro, fino al centro informazioni dove avevo lasciato l'auto. La distanza da coprire era di sei chilometri e l'aria andava riscaldandosi, ma la strada era in ombra e silenziosa - in un'ora circa mi imbattei solo in tre auto - per cui la passeggiata si rivelò alquanto piacevole e ricca di riposanti panorami del fiume in mezzo a prati verdeggianti. Per gli standard americani, il Delaware non è un corso d'acqua particolarmente imponente, eppure possiede una caratteristica che lo rende pressoché unico: è l'ultimo fiume di una certa importanza che si è conservato del tutto intatto. Il fatto che un fiume scorra così come la natura progettò che scorresse potrebbe sembrare una virtù inestimabile. In realtà, in questo caso il mancato intervento dell'uomo ha come conseguenza continui e disastrasi allagamenti. Quello del 1955 è da allora ricordato come «la grande inondazione». Nell'agosto di quell'anno, per ironia della sorte proprio al culmine di una delle più terribili siccità di quegli ultimi decenni, due uragani colpirono il North Carolina consecutivamente, sconvolgendo l'andamento climatico di tutta la costa orientale. Dapprima caddero quasi trenta centimetri di pioggia in due giorni su tutta la valle del Delaware. Sei giorni dopo ne caddero altri venticinque in meno di ventiquattro ore. A Camp Davis, una colonia estiva, quarantasei persone, perlopiù donne e bambini, cercarono scampo dall'acqua che saliva nell'edificio principale. Man mano che il livello dell'acqua cresceva, si spostarono ai piani superiori, poi in solaio e infine sul tetto, ma inutilmente. In un momento imprecisato della notte, un muro d'acqua alto nove metri si abbattè ruggendo sull'edificio, spazzandolo letteralmente via. Incredibilmente, nove persone riuscirono a salvarsi.
Altrove vennero travolti ponti e furono inondate cittadine fluviali. Prima che il giorno finisse, il Delaware si alzò di tredici metri. Quando le acque cominciarono finalmente a ritirarsi, quattrocento persone avevano perso la vita e l'intera valle del Delaware era devastata.

In quel caos di fango arrivò l'esercito, con il progetto di una diga da costruire a Tocks Island, assai vicino a dove stavo camminando. La diga, secondo i piani, non solo avrebbe domato il fiume, ma avrebbe permesso la creazione di un nuovo parco nazionale, nel cuore del quale sarebbe sorto un lago a uso ricreativo lungo quasi sessantacinque chilometri. Ottomila residenti vennero evacuati, e l'operazione fu condotta in maniera alquanto approssimativa. Uno degli evacuati era cieco, e a parecchi contadini vennero acquistate le proprietà solo in parte, ragion per cui finirono con l'avere o la terra senza fattoria, o delle fattorie senza terra da coltivare. Una donna, i cui avi avevano coltivato quella zona fin dal diciannovesimo secolo, dovette essere letteralmente sollevata di peso e trascinata via da casa urlante e scaldante, per la gioia di fotografi e operatori televisivi.

Il fatto è che gli ingegneri dell'Esercito degli Stati Uniti non costruiscono le cose molto bene. Una diga edificata sul fiume Missouri, nel Nebraska, si insabbiò in modo così catastrofice che un'infiltrazione fangosa iniziò a riversarsi nella città di Nio-brara, rendendone necessaria a un certo punto l'evacuazione permanente. Un'altra diga nell'Idaho cedette, fortunatamente in un'area disabitata e dopo alcuni segnali d'avvertimento. Con tutto ciò, parecchi paesetti vennero spazzati via e undici persone morirono. E stiamo parlando di dighe piuttosto piccole. La diga di Tocks Island avrebbe contenuto uno dei bacini artificiali più grandi del mondo, con alle spalle sessantacinque chilometri d'acqua. Più a valle c'erano quattro importanti città -Trenton, Camden, Wilmington e Philadelphia - più schiere di cittadine più piccole. Un disastro sul Delaware avrebbe significato una vera e propria sciagura per tutte quelle città.

Ed ecco il corpo degli ingegneri dell'esercito progettare a cuor leggero di trattenere miliardi di litri d'acqua del notoriamente instabile deposito glaciale. Senza contare tutte le preoccupazioni di ordine ambientale che il progetto sollevava, tra cui, ad esempio, il fatto che i livelli di salinità sotto la diga sarebbero aumentati catastroficamente, distruggendo l'ecologia sottostante, per non parlare poi delle inestimabili ostriche della baia del Delaware.
Nel 1992, dopo anni di crescenti proteste che giungevano da ben più lontano della valle del Delaware, il progetto venne finalmente accantonato, anche se a quel punto interi villaggi e fattorie erano già stati rasi al suolo. Un'incantevole e tranquilla vallata agricola che per due secoli si era mantenuta praticamente intatta era a quel punto perduta per sempre. «Un beneficio del progetto » sottolinea La guida dell'Appalachian Trail a New York e al New Jersey « è stato che la terra acquistata dal governo federale per l'area ricreativa ha avuto la funzione di garantire alla pista una sorta di corridoio protetto. »

A dir la verità cominciavo a stufarmi per davvero di quella storia. Mi rendo conto che l'Appalachian Trail dovrebbe essere un'esperienza di contatto con la natura e concordo sul fatto che vi sono parecchi luoghi dove sarebbe uno sconcio se le cose stessero altrimenti, ma a volte, come in questo caso, l'Appalachian Trail Conference mi pare un po' troppo fobica nei confronti dei contatti umani. Personalmente sarei stato ben contento di camminare tra fattorie e casali, piuttosto che attraverso un silenzioso «corridoio protetto».

Tutto ciò deve di certo avere qualcosa a che fare con l'innato impulso americano di domare e sfruttare la natura per quello che ha da offrire, ma l'atteggiamento dell'America nei confronti del paesaggio, comunque lo si consideri, è davvero bizzarro, se volete il mio parere. Non potevo fare a meno di confrontare la mia esperienza con un'altra fatta tre o quattro anni prima nel Lussemburgo, dove avevo compiuto un'escursione con mio figlio per conto di una rivista. Il Lussemburgo è un posto assai più piacevole da percorrere a piedi di quanto comunemente non si immagini. Ha molti boschi, ma anche castelli, fattorie, villaggetti arroccati e sinuose vallate: l'intero consueto corredo europeo, per così dire. I sentieri che seguimmo procedevano per parecchio tempo nel fitto della vegetazione, ma di tanto in tanto emergevano dagli alberi a intervalli regolari per portarci su strade ampie e soleggiate, orlate da steccati, campi coltivati e casali. Ovunque ci trovassimo, potevamo sempre raggiungere un panettiere o un ufficio postale, udire il tintinnio di una campanella all'ingresso di un negozio e origliare conversazioni di cui non capivamo nulla. Dormivamo tutte le notti in una pensione e mangiavamo in un ristorante in compagnia di altre persone. Ci facemmo così un'idea dell'intero Lussemburgo, non solo dei suoi alberi. Fu un'esperienza favolosa, e fu tale perché quel pacchettino era meravigliosamente compatto, un tutt'uno senza suture visibili.

In America, ahimè, la bellezza ormai la si raggiunge in macchina, e la natura o la si soggioga senza pietà, come nel caso della diga di Tocks e un milione di altri posti, o la si deifica e la si tratta come qualcosa di sacro e remoto, una cosa a sé, come l'Appalachian Trail. Di rado viene in mente a qualcuno, da una parte e dall'altra della barricata, che gli uomini e la natura potrebbero coesistere con mutuo beneficio, e che ad esempio un ponte più grazioso sul fiume Delaware potrebbe effettivamente esaltarne la bellezza, o che l'Appalachian Trail potrebbe essere più interessante e gratificante, se non fosse esclusivamente un'esperienza nella natura, ma di tanto in tanto guidasse l'escursionista verso un branco di mucche al pascolo o dei campi coltivati.

Avrei di gran lunga preferito che la guida dell'Appalachian Trail dicesse: « Grazie agli sforzi della Conference, nella valle del Delaware sono state reintrodotte le coltivazioni e il sentiero è stato direzionato così da includere venticinque chilometri di passeggiata lungo il fiume, dal momento che, ammettiamolo pure, prima o poi ci si stufa di tutti questi alberi ». E tuttavia dobbiamo guardare ai lati positivi. Se il genio degli ingegneri dell'esercito avesse insistito nella propria idiozia, mi sarebbe toccato tornarci a nuoto, alla mia auto, per cui ringraziai il cielo che perlomeno quell'esperienza mi fosse stata risparmiata.
E comunque era giunto ormai il momento di tornare a camminare per davvero.

Fonte: Bryson, P. 223-227

Conclusioni

Riassumendo: l'ecosistema è composto da due elementi fondamentali: la biocenosi (elementi viventi) e uno o più biotopi (elementi non viventi). Le relazioni sono costituite dalle catene trofiche e dai cicli ecologici (circolazione di materia ed energia). Si tratta di un sistema aperto: all'entrata del sistema troviamo l'energia solare, alla sua uscita la biomassa ed energia termica.

L’uomo (individuo, gruppo, società) ha sviluppato delle funzioni fondamentali che richiedono un forte consumo di risorse, per abitare, lavorare, studiare,divertirsi o comunicare. Questo modifica le strutture e i potenziali degli ecosistemi.

Come abbiamo visto, l’ecosistema e le alterazioni dello stesso presentano un grande numero di difficoltà. Applicando il principio degli ecosistemi è importante concentrarsi su alcuni aspetti fondamentali: la definizione dei principali elementi costitutivi e l’analisi del loro comportamento in rapporto alle sollecitazioni che ricevono. Impossibile infatti conoscere tutto delle catene trofiche, degli aspetti abiotici o delle relazioni tra i diversi elementi costituitivi.

Fonti

Bibliografia

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Internet

  • gecos.epfl.ch - Laboratoire de gestion des ecosystemes
  • www.environnement-suisse.ch Ufficio federale dell'ambiente, delle foreste e del paesaggio
  • www.statistik.admin.ch Ufficio federale di statistica
  • www.are.admin.ch Ufficio federale per o sviluppo territoriale

Roland Hochstrasser

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Osare: il progresso si ottiene solo così.
Oser: le progrès est à ce prix.

V. Hugo, Les misérables